sabato 5 novembre 2011

Il Risveglio della Leggenda

Avvertì l'acqua gelida scivolargli tra i capelli, lungo il volto, impigliarsi nell'incavo dei gomiti, mischiandosi al fango ed alla polvere che l'arena aveva lasciato in lui.
Chinò il capo poggiando un mano contro la parete per sorreggersi, il mondo uno spettro smorto e vetusto di quello che aveva imparato a conoscere.
Ciglia scesero ad ombreggiare occhi millennari, screziati dall'oro di un demonio senza pace.
Malfurion Stormrage, Lord indiscusso degli Elfi della Notte, salutava nel liquido specchio un riflesso che conosceva e che era sempre stato sinonimo di stabilità e pace.
La mano destra si chiuse a pugno, incrinando il fragile vetro e facendo cadere leggere gocce di plasma rubino sul delicato impiantito.
Sospirò nell'aria fresca e profumata di Darnassus, i suoi errori cicatrici nell'orbita morta di Zin-Azshari.
Quanto tempo era passato da quella notte?
Quanto tempo era passato dacchè l'innocenza aveva abbandonato le iridi argentate della sua amata?
Quanto tempo dacchè la Nera Signora aveva reclamato per sè Illidan?
Illidan.
Fratello. Amico.
Illidan. Morto.
Il dolore era persistente ed acuto, una spina imbevuta del veleno più potente, la rabbia che gli mordeva gli argini della mente, pronta ad approfittare di una sua debolezza per trovare sfogo.
Suo fratello era stato ucciso: la sua anima sgretolata e distrutta dalla cacciatrice Maiev Shadowsong.
Aveva latrato di pura sofferenza nell'apprendere la notizia ed era stato intimamente contento di non trovarsi davanti la sorella di Jarod, dacchè il suo corpo poteva anche non essere cambiato, ma il suo spirito giaceva, irato, sul fondo delle membra stanche.
Scaglie del Nightmare Dream gli erano rimaste attaccate addosso come petali d'inferno, e l'avevano reso, per la prima volta, capace di comprendere veramente il suo povero fratello.
Attraverso le nebbie dell'incubo aveva incontrato per la prima volta il bruno ed indomito sovrano di Stormwind City, il cui viso tradiva i segni di un'angoscia più profonda.
Aveva osservato incuriosito il piccolo gnomo che portava in dono la più ingegnosa macchina che avesse mai visto ed aveva esibito il suo miglior sorriso di circostanza al cospetto del lupo fattosi uomo, le cui zanne ancora bramavano vendetta.
In quella strana prigione verdeggiante e mefitica, occhi di popoli dimenticati e caduti l'avevano fissato, mani sconosciute l'avevano sfiorato, anime corrotte ed imploranti si erano rimesse al suo giudizio.
Era stato profondamente contento di scorgere l'azzurro delle pupille di Thrall a guida della bestia più sanguinaria che Azeroth avesse mai partorito: tuttavia, il riflesso di un Principe dalle chiome così simili al pulcino dei Sunstrider lo aveva però colpito, inducendolo a riflettere su quale sorte fosse mai toccata agli Highborne.
Aveva assistito impotente all'ascesa del figlio degli uomini al trono dei ghiacci ed a ciò che aveva creato.
Il segreto si era infine svelato, portando alla luce colei il cui spirito era stato temprato in addestramenti infernali, forgiando il proprio potere ed il proprio corpo di Banshee tra le sacrileghe braccia di un bianco demonio.
Occhi di torbido sangue, brucianti di rabbia e velati di malinconia l'aveva insultato, sbattendogli in faccia la propria fierezza.
Infine, si era destato.
Dentro di lui era infuriato un incandescente inferno di forza e volontà, desiderio e brama di giustizia.
Il potere antico che gli era stato concesso l'aveva avvolto, spandendosi in lunghe ondate verso le sue mani, un dio tra le le formiche.
Un soffio di rovente scirocco gli blandì la folta chioma, inducendolo a pensare a Fandral Staghelm.
Il tradimento era stata la cosa peggiore da perdonare e la condanna, così simile a quella che fu destinata a suo fratello, una mano artigliata sul cuore.
Non avrebbe voluto che le cose andassero così.
Se ne avesse avuto il potere sarebbe tornato indietro nello spazio e nel tempo, forzando le leggi di Nozdormu, pur di restituire Valstann a suo padre.
Ma non poteva.
E questo lo faceva sentire...inutile.
Quando Tyrande aveva dovuto difendere Darnassus e tutti gli Elfi della Notte, lui non c'era.
Quando il suo corpo si era riempito di nuove cicatrici, lui non era lì con lei, a dividerne il dolore.
L'aveva lasciata sola.
Con un tonfo sordo si lasciò cadere sul bordo del letto, la stanchezza di quella giornata cosparsa dalla frustrazione e dall'angoscia.
Una piccola mano si serrò attorno alla sua, il debole frusciare delle lenzuola un suono piacevole per chi, come lui, aveva osservato il putrido disfacimento delle proprie certezze.
Si voltò solo per incrociare un paio d'occhi uguali a suoi, se non vi avesse letto dentro anni di solitudine e sofferenze represse.
Non era cambiata: il suo aspetto era rimasto immutato, al pari della sua gentilezza.
La stessa con la quale aveva stretto Illidan tra le sue braccia durante il primo avvento della Legione Infernale.
La stessa con la quale l'aveva assolto, piangendo il suo abbandono.
- Malfurion...- mormorò piano - cosa ti preoccupa?-
Si alzò lentamente, coprendosi i seni con il lenzuolo e sbattendo un paio di volte le palpebre per svegliarsi.
La luna svettava nel cielo terso e la notte non accennava a finire, al pari della sua colpa.
Le sorrise, stringendo la sua mano nella propria, la sottile striscia d'oro all'anulare sinistro il simbolo di un amore che aveva aspettato secoli per prendere forma.
- Niente Tyrande...niente...- rispose baciandola - assolutamente niente. -
Le sopracciglia dell'elfa assunsero una piega crucciata, ma il sonno le avvolse di nuovo le membra, inducendola scivolargli al fianco.
Si rigirò nel letto quieta, un sorriso sul volto di sacerdotessa e compagna, un sorriso che racchiudeva in sè tutta la sua luce.
Malfurion provò a espirare, ma l'inquietudine gli chiudeva la gola, una morsa ferrea nel suo profondo.
Il vento spirò forte e prepotente dall'ampio balcone della camera, l’orlo del tendaggio ricadde sul pavimento, immobile.
L’incubo però non lo abbandonava.
Mai.
Le accarezzò i lucidi e folti capelli blu oltremare, leggermente più spenti di un tempo, e le spalle sottili, per poi lasciarla ricadere lungo in fianco, inerme.
Mentre lacrime di rabbia e di impotenza gli salivano agli occhi, Malfurion poggiò la fronte contro quella della sua sposa, sussultando.
Un respiro doloroso ed il ricordo della sua gente massacrata e del lago di sangue nel quale l'aveva vista bussarono di nuovo nella sua mente: espirò forte e la paura sparì.
Testarda, stoica, coraggiosa.
Lo amava ancora con la stessa energia con la quale aveva guidato il suo popolo per secoli.
Il senso di colpa e l'impotenza si rincorrevano nel suo animo, si laceravano a vicenda, ed infine cessavano di esistere anche loro.
Era stanco.
Il lungo e cupo ululato di un worgen accompagnò la sua discesa nel sonno, poichè l'ultimo atto di compassione di Tyrande possedeva muso ferino e folta pelliccia di lupo.
Allungò una mano verso il suo viso, sfiorandole con un dito lo zigomo, scendendo lungo la curva del collo e fermandosi all'altezza della spalla, nascondendoci poi il volto ed assaporando il suo profumo.
Le esili braccia dell'elfa si avvolsero attorno il suo torace, il respiro caldo e regolare una benedizione contro il freddo che sentiva dentro.
Malfurion Stormrage deponeva infine le armi, il mondo un insieme di sensazioni vuote ed incolori, volti piatti e privi di significato senza l'unica cosa che importava davvero.
- Senza di te, Tyrande...- sussurrò già prossimo all'incoscienza - non c'è alcun paradiso...-
E seppur raggomitolata nel sonno, a quelle parole la sacerdotessa di Elune sorrise.
Autore:  Xeandra