martedì 8 novembre 2011

Il Rosso ed il Nero

Si era seduta dal lato sinistro della tavola, come faceva sempre.
Aveva poggiato il logoro tovagliolo in seta sulle ginocchia e raccolto le posate d'argento, riflettendosi nel metallo azzimato.
Scrollando la chioma fulva aveva sorriso ad un interlocutore immaginario, rilassando la schiena contro l'imbottitura della poltrona.
Un tempo, l'oro ed il carminio ardente erano stati i colori predominanti nell'ormai sterile e desolata sala da ballo: svettavano e si posavano seducenti sulle spalle degli invitati, accogliendoli in un abbraccio sfarzoso.
Un tempo, il suono dell'orchestra avrebbe riempito l'aria, rendendola densa e soffice come la sua vecchia anima.
Un tempo, sua sorella avrebbe varcato la soglia del salone fasciata nell'abito più bello del regno, seducendo naturalmente uomini ed elfi.
Un tempo, lui sarebbe stato lì, con lei.
Ed avrebbero vegliato su tutti loro, come facevano sempre.
Una debole risata le sfuggì dalle labbra piene, infrangendosi contro la tetra realtà.
Niente di tutto questo sarebbe più successo.
Mai più.
La lama del raffinato coltello si piantò con forza nel legno bruciato, i denti digrignati nello sforzo di trattenere le lacrime di rabbia.
La ferita al fianco le doleva, lasciando una piccola chiazza di sangue sul pavimento che andava ingrandendosi.
Chiuse gli occhi, incapace di pensare oltre.
Si era sempre creduta depositaria di un potere più grande di qualsiasi altra cosa: un potere in grado di donare vita e speranza, in grado di sconfiggere anche il nemico più pervicace.
Ed invece, aveva fallito.
Era stata solo una macabra e straziante sfilata per tutti loro, una caduta oltre le lande della vittoria.
Serrò le mani in pugni chiusi al ricordo del combattimento sostenuto dai leader dell'Alleanza e dell'Orda.
Una patina di sudore gelido l'aveva subito avvolta alla vista del leone ferito, la criniera un ammasso indistinto di pelo e l'orgoglio ingoiato a forza.
Il suo ruggito si era levato fino agli Dei stessi, infrangendo la loro gelida indifferenza.
La fiera dell'Alleanza aveva mostrato forza e determinazione, cifra distintiva della sua illustre regalità.
Ma non era bastato.
La coscienza aveva cominciato a vacillare quando l'usignolo bianco era bruciato, arso vivo, sulle labbra solo l'amore più dissennato che avesse mai provato.
Gli occhi di lei erano splendidi, persino nell'agonia: pozze turchesi in cui vedeva riflessi tutti i propri errori, i propri sbagli di creatrice di vita.
La condanna di una misera umana.
La condanna di una creatura che avrebbe dovuto proteggere, curare.
I dubbi erano sorti all'odore di cenere e dissimulazione che portava con sè la fenice regale, la cui tiara giaceva al suolo, spezzata.
La sicurezza l'aveva abbandonata del tutto alla presenza mefitica e ribelle della Banshee, il cui cuore, mai domo, aveva cozzato rumorosamente contro la volontà di dominio del suo assalitore.
Spire infernali ed alito di demone avevano inquinato le terre di Tirisfal Glades, schiacciate dalle zampe uncinate della Morte stessa.
Ma gli occhi cremisi avevano brillato più forte che mai, la superbia di una Regina intatta.
Sospirò esausta, la schiena improvvisamente curva e la fierezza contaminata dal sale del fallimento.

Tump-tump

Passi.
Risoluti, rumorosi, arroganti.
Si voltò in tralice, gli occhi ambrati che risplendevano di furia assassina.

Tump-tump

Più vicini questa volta, quasi dietro di lei.
Si alzò in piedi, le narici frementi ed il cuore in tumulto.

- Alexstrasza...- un sussurro roco nell'oscurità, un piccola fiammella nel buio della stanza.
Mani prepotenti si posarono sulle sue spalle, artigli di drago penetrarle nella pelle, tracciando scie di rimembranze e frenesie nel suo spirito.
Si voltò, incontrando uno sguardo nè umano nè sovrannaturale, ma solo occhi scuri quanto pozze di liquida ossidiana.
Il viso, volitivo e dalle linee decise, era sfregiato da lingue di fuoco che scorrevano come lacrime dagli zigomi fino alla mascella, serrata nella morsa dell'acciaio.
Il sangue, il SUO sangue di Life-Binder, gli scorreva agli angoli della bocca come vino prezioso, bottino di guerra del morso che le aveva assestato poco prima.
Gli posò la piccola mano sul petto, cercando di allontanarsi.
Ma ora che la Morte ghermiva la Vita stessa, difficilmente l'avrebbe lasciata andare.
Le tenebre si chiudevano a guscio sulla luce brillante della Regina dei Dragoni, contratti entrambi in un abbraccio letale.
- Non posso lasciarti vincere...- replicò lei tesa - non posso permetterti di distruggere questo mondo. -
Lui sorrise, scoprendo una fila di denti bianchissimi e ferini.
- Oh piccola Life-Binder...- mormorò attorcigliandosi una ciocca dei suoi capelli attorno al dito - tu non puoi impedirmelo. Non puoi fermarmi.
La Vita è fragile, debole, si può spezzare con un solo colpo- continuò premendo ulteriormente il braccio sulla sua vita, soffocandola - la Morte no. E' eterna. Infrangibile. Immortale nel suo tetro essere. -
Lo graffiò inferocita, mordendolo su una spalla e gettandosi all'indietro, ma la sua presa era ferrea, salda.
Lui proruppe in una risata bassa e calda, che le procurò un brivido di terrore e di abitudine.
Inciampò sui suoi stessi piedi quando la lasciò andare, appoggiandosi al muro per mantenere l'equilibrio.
Per alcuni minuti calò il silenzio, opprimente e saturo di parole non dette, mai pronunciate.
Un corvo gracchiò in lontananza, le campane di Stormwind City suonate a lutto.
Adornato dalle ombre quasi fossero gioielli, i capelli corvini gli coprivano le cicatrici lasciate dalla corruzione che l'aveva posseduto, le labbra piene inviolate e seducenti persino nella loro immoralità.
L'alba sorgeva infine, imporporando l'aere circostante, lasciando che piccoli coriandoli di luce inondassero la stanza.
- Ho ucciso Malygos, usando le sue zanne come monito per tutti quelli che, come te, vogliono distruggere questo mondo.- latrò indisposta - Non puoi battermi, Neltharion! -
Capì di aver usato le parole sbagliate nel momento stesso in cui le sue mani le cinsero il collo, afferrando con violenza il medaglione che giaceva sul suo petto.
Un rumore vibrante e feroce gli scaturì dal torace ed il suo potere deflagrò con una potenza inaudita, lasciando una nebbiolina umida e grigia nell'aria.
- Parli di giustizia, amore, pietà - sputò vicino al suo viso - e speranza. Ma come puoi, sapendo benissimo che quello che porti al collo è il segno massimo della colpa che rechi nell'animo? Sei solo un'ipocrita, Alexstrasza! IO ho visto la vera essenza di questi esseri che tu chiami "uomini", ma essi non sono neppure degni di calpestare il suolo su cui camminano! E sarò IO a ricordargli qual'è il posto in cui devono stare!- concluse costringendola a chiudere gli occhi per il calore provocato dal contatto con la sua pelle.
Li riaprì solo quando sentì una mano incandescente carezzarle il volto, soffermarsi sul mento ed infine scivolare inerte lungo il fianco, dove la ferita pulsava dolorosamente.
- Neltharion...cosa ti è successo....? - bisbigliò energica - Cosa ci è successo? -
Di nuovo, quel sorriso da predatore felino e soddisfatto tornò a frangiargli il viso, nella parodia di quelli che le rivolgeva secoli prima.
- Ho capito cos'è la Vita, piccola Regina. Solo un insieme di dolorosi postulati. Ed allora, ho capito di poter essere solo la Morte. -
Nel momento in cui una lacrima si liberò dalla prigionia delle sue ciglia, lui se ne era già andato.
Lo cercò con gli occhi da drago che i Titani le avevano donato, ma percepì chiaramente la sua lontananza.
Si lasciò cadere al suolo, il pianto un fiume impietoso nel suo cuore di madre, compagna, amica.
Fuori, la guerra imperversava, ma a lei non importava.
Per adesso, voleva solo piangere.

Seduti all'ombra delle verdeggianti fronde dei salici, piccole farfalle si posavano sui loro capelli, il frinire dei grilli una piacevole compagnia.
Alexstrasza posò le mani sul tronco dell'albero, sentendo fluire la sua energia in lei, respiri di vita in ogni fruscio d'erba.
Neltharion le sorrise, rivolgendole uno sguardo obliquo e perdendosi nell'orizzonte prossimo al crepuscolo.
- Pensi mai al futuro, Neltharion? - domandò la dragonessa rossa tutto d'un tratto - a cosa succederà tra dieci secoli o forse anche più? -
Gli occhi blu oltremare del dragone la soppesarono, infine, troppo velocemente perchè potesse impedirlo, la trascinò nell'erba con lui, la sorpresa di lei una piacevole visione.
- Oh certo che ci penso. - replicò ironico stringendosela al petto- Penso a quanti demoni moriranno ed a come mi divertirò. -
Alexstrasza gonfiò le guancie contrariata, sbuffando.
- Riesci mai ad essere serio, per una volta?-
La fissò con intensità quasi dolorosa, i sussurri nella sua mente aghi avvelenati che non trovavano pietà.
Li scacciò come si fa con un insetto particolarmente fastidioso, concentrando il suo pensiero sul viso della dragonessa vicino a lui.
E rise, abbracciandola, sicuro che avrebbe resisto, che quella non sarebbe stata l'ultima notte in cui i suoi incubi personali si ritiravano sconfitti.
Rise, convinto di essere nel giusto.
Convinto che LEI l'avrebbe condotto per mano al sicuro, blandito e protetto, come si fa con il germoglio più tenero.
Ma si sbagliava.


Nel cielo colorato dall'aurora, Morte e Vita di strapparono brandelli di carne e ricordi a vicenda.
Nel cielo, loro regno incontrastato, Morte e Vita trovarono la congiunzione perfetta di sangue e tormento.
La Morte oltraggiò la Vita, adirata perchè essa non cedeva il proprio scettro.
La Vita si difese, lo scudo adamantino della speranza incrinato dalla consapevolezza di come la Morte fosse l'ultimo trono su cui tutti, prima o poi, sedevano.
Vita e Morte si guardarono un'ultima volta, la verità impressa come un marchio sulla loro pelle, i sentimenti un cancro putrescente nel loro petto, l'assenza il dolore perfetto.
L'ultimo attacco lo sferrarono insieme.
Autore: Xeandra.