domenica 4 dicembre 2011

Giuliana Braneschi - L'invidia

L’invidia è, tra le passioni umane, una delle più spregevoli e pericolose, perché i suoi effetti sono devastanti e il suo manifestarsi sempre subdolo e coperto. Quando i suoi danni vengono alla luce, e dunque la sua esistenza, è ormai troppo tardi per le sue vittime.
E’ il frutto di odio per se stessi, di risentimento, di senso di inferiorità e mancanza di autostima, ma anche di speranza, tuttavia a differenza dell’odio aperto, che si manifesta nell’ira e in violenza aperta, l’invidia agisce come un veleno lento e corrosivo, ledendo dall’interno il tessuto vitale di chi ne è il bersaglio.
Non è l’odio l’opposto dell’amore, ma l’invidia. Perché l’invidioso non conosce l’amore e dunque vorrebbe distruggerlo in chi lo prova, in chi lo conosce. Il suo universo è privo di amore.
L’etimologia, dal latino invidus, da in videre , vedere con odio, vedere, e guardare, in senso negativo, chiarisce il ruolo che l’occhio, il vedere, ha. L’invidioso secerne il suo liquido corrosivo attraverso l’osservazione ossessiva della vita altrui, nutrendo il cancro che lo rode con la convinzione che se l’altro, a suo dire, ha di più in termini materiali o anche spirituali, è perché non lo merita quanto lui, senza far conto che la ricchezza spirituale, la serenità nonostante le difficoltà, la forza d’animo, sono dure conquiste e non doni e che lui stesso potrebbe ottenere, se solo lo volesse e fosse disposto a compiere il difficile cammino che esse richiedono.
Spesso infatti, l’invidia è tanto più feroce e perniciosa, quando scaglia le sue punte velenose contro chi ha fatto della propria vita un cammino alla ricerca di un’evoluzione profonda. Se l’invidioso si rode per qualunque cosa l’altro abbia, ancor di più il suo acido lo tormenta nel vedere chi ha scelto l’amore e non l’odio. Chi nutre di invidia la sua vita, non sa ridere. Non conosce la risata che nasce dal cuore, la leggerezza del respiro aperto che apre il petto, né mai sorride. Le sue labbra si stirano in una smorfia, il naso si arriccia in un ghigno che vorrebbe apparire di disprezzo o di superiorità, ma cela malamente un desiderio di vendetta. Perché l’invidioso non capisce che la vita dà ciò che noi chiediamo e scegliamo. Pensa che ciò che l’altro ha o raggiunge sia solo frutto di fortuna immeritata, una fortuna che lui non ha. Per quanto possa avere. E in questo ha ragione. Non ha la fortuna di saper amare. Ed è questo che lo spinge a vendicarsi. La sua è una vendetta contro l’universo intero.
Iago, l’invidioso per eccellenza, spia di nascosto, trama nell’ombra, sparge calunnie, distrugge e gode della distruzione. Perché lo scopo di chi invidia è la distruzione dell’oggetto che odia, per cui prova risentimento. E questa distruzione avviene attraverso la calunnia, la mala parola, il “malo sguardo”, che augura ogni male a chi si ritiene abbia qualcosa di più: benessere, felicità, forza morale, capacità intellettuali e spirituali. E non bada a mezzi o spese per annientare, anche fisicamente, l’oggetto del suo odio.
Il suo mondo è grigiastro, privo di colori, avvolto in una nebbia fumosa e greve. Il volto è teso, segnato da linee profonde, la pelle spenta, le labbra costantemente tirate nello sforzo di trattenere l’inferno che gli ribolle dentro.
L’invidioso può essere ricco, possedere molte cose, avere successo nella vita, ma tutto questo non basterà mai a sedare il demone che lo dilania. Un demone che non gli dà pace, che lo spinge a perseguire con una costanza terribile un unico scopo: annientare chi gli fa provare sentimenti tanto brucianti. Non tiene in conto che l’oggetto del suo odio nulla ha a che fare con questa sensazione intollerabile, perché nasce da un nucleo malato, dal male che è dentro di lui.
L’immagine di Giotto è terribile nella sua crudezza. Il corpo della figura femminile, dal seno macilento, perché svuotato – un seno che non nutre – è roso alla radice da una fiamma che alimenta il suo tormento bruciante e non si estingue, il volto è devastato, nella mano regge un sacchetto che rappresenta il possesso, la materia, dunque l’identificazione dell’Io col possedere e non con l’essere e tiene ciò che ha stretto a sé. Nulla di sé dà, ma tutto vorrebbe, poiché l’altra mano è tesa ad afferrare.
Allo stesso tempo, un’enorme serpe, che le riempie l’intera bocca, che la soffoca, esce dalle labbra. E’ la serpe della calunnia, delle menzogne immonde che diffonde senza ritegno per distruggere la reputazione e la vita della sua vittima. Ma la serpe gli si rivolta contro e le acceca gli occhi. Le divora la vista e la mente.
Perché, se l’invidia può giungere fino al delitto, sia fisico che psichico, se può arrivare a ciò che oggi si definisce stalking, è pur vero che sfocia nella follia.
Vivere tutta la vita lasciando che l’invidia guidi ogni pensiero, ogni azione, contro la vittima che di volta in volta si sceglie, distrugge la mente, sconquassa la ragione e rende l’anima una palude fetida, un ammasso di cellule purulente e cancerose.