lunedì 19 dicembre 2011

Midnight in Paris

Forse una colpa, forse una salvezza . . . comunque sia questo è il primo film di Allen che vado a vedere. Allen dal canto suo cerca di catapultarci nei migliori anni di Parigi e far affiorare la nostalgia dei tempi andati. Quelli che non abbiamo mai vissuto, che sono stati mitici e che mitizziamo ancor di più per non averli toccati con mani, occhi, cuore.
Parte centrale del film, o forse tutta la trama del film è incentrata su questo, sulla Parigi degli anni Venti, dove Gil trova tutto quel che desidera, e per questo nei suoi ritorni alla realtà trova la forza e il coraggio per vedere quel che negava: un rapporto insoddisfacente, un tradimento chiaro ma ignorato, il suo progressivo castrarsi nel nome di un pragmatismo che non fa affatto rima con realismo.
Allen però è lucido, e sa bene che realismo non è nemmeno abbandonarsi a un sogno che prima o poi si trasformerà in una nuova spirale d'insoddisfazione, perché sognare e basta è una fuga vigliacca di quelle che Hemingway non perdonerebbe. Realismo è il coraggio che Gil ha nel non seguire il sogno del suo sogno, la splendida Adriana di Marion Cotillard, che come lui mitizza un altro âge d'or che non ha mai vissuto, e alla quale non riesce a rinunciare quando la abbraccia.
Realismo è aver voglia di sognare e avere il coraggio di portare il sogno nel presente, nella vita vera. Di capire che se una donna è sbagliata, e un'altra è solo utopia, ce ne deve essere una terza che è giusta, che condivide i nostri sogni ma che sogno non è. Di vivere la vita con idealismo, ma senza velleitarismi. Concludo che sono rimasto colpito da questo film, non molto dale ambientazioni o dai costumi, ma sopratutto dal concetto, dall'idea a mio avviso che Allen voleva trasmetterci . . . l'inadeguatezza umana a vivere il presente, temere il futuro e voler rifuggiarsi nel passato.